Psicanalisi dello sport estremo

image: 
adrenalin.jpg

Riprendo dal web un intervento di Ilaria Vesentini che porta diverso punto di vista sugli sport estremi, tra i quali la vela in solitario. E se fosse un gioco, complesso certo, sofisticato anche, ma un gioco? Un gioco con quelle implicazioni psichiche profonde che nell’infanzia –ed anche nell’età adulta evidentemente- hanno i giochi.

Riporto, con piccole correzioni, due interventi:
Giovanni Lodetti, dell’A.I.P.P.S. - Associazione internazionale di psicologia e psicoanalisi dello sport parte dall’analisi delle componenti del gioco per spiegare le motivazioni che portano a praticare sport estremi:

"I giochi hanno la funzione di permettere all'individuo la realizzazione del proprio Io, l’espressione della propria personalità, di seguire momentaneamente la linea di maggiore interesse, nel caso non possa farlo ricorrendo ad attività più serie. Nel gioco vengono espressi conflitti inconsci, interessi, fantasie, angosce, desideri, aggressività. Come in altre attività considerate superficiali o accessorie, la ricerca analitica riconosce che anche nel gioco nulla avviene per caso. Nel gioco, infatti, si manifestano stati profondi della vita psichica e così nella pratica sportiva, che è la versione adulta del gioco comunemente inteso. Si possono distinguere quattro aspetti fondamentali del gioco e dello sport:
-(agonismo) “Agon” gioco in cui domina la competizione;
-(fortuna) “Alea” in cui la molla del gioco è il caso;
-(pantomima, recita, rappresentazione, teatro) “Mimicry” il regno dell'illusione, della fortuna del ‘come se’;
-(terrore) “Ilinx” il gioco è costituito dalla vertigine, dallo spasmo, dall'angoscia (movimenti come il roteare, la giostra, l’altalena, il valzer, le acrobazie, l’alpinismo). Si tratta di un fattore che l’individuo può incanalare in forme comportamentali controllate, seppur a margine del meccanismo sociale, come appunto, alpinismo, bungee jumping, ebbrezza della velocità.

Lo stesso fattore (determinante, insomma, nella scelta dia fare sport estremi) si ritrova, sotto forma istituzionalizzata e integrata nella vita sociale, in tutte quelle professioni che implicano il dominio della vertigine, mentre nelle sue forme degenerate può portare all'alcoolismo e all’uso di droghe".
"In realtà bisogna distinguere tra sport estremi a rischio e sport estremi a rischio zero per la vita" come precisa Stefano Tamorri, presidente dell’Associazione italiana di psicologia dello sport (A.I.P.S.). "Sono tre le motivazioni primarie di qualsiasi sport, le spinte vitali: piacere, gioco e agonismo.

Il piacere è legato alle endorfine, che vengono liberate dall’organismo durante l’attività fisica. Le endorfine sono degli oppioidi, della morfina naturale, e danno una sensazione di benessere a livello chimico e psicologico ma causano anche dipendenza. Interrompendo la pratica sportiva si sta male perché si sottopone il corpo a una piccola crisi di astinenza da endorfine.

Il gioco è la seconda spinta vitale e non si deve credere che sia una prerogativa dell’infanzia. Anche a 90 anni si gioca, ma mentre per il bimbo il gioco è la molla che spinge a crescere, per gli adulti è la simulazione della spensierata vita fanciullesca. Ma i grandi devono giocare dei giochi da grandi, che significa che devono fare giochi accettati dalla società per non esserne esclusi.

Infine c’è l’agonismo, che è il soddisfacimento di un istinto primordiale; ma se duemila anni fa si esprimeva nella conquista di città e nella caccia oggi ha bisogno di altre forme di espressione, che si ritrovano appunto negli sport. Negli ultimi anni, poi, si è aggiunta un’altra spinta motivazionale, che gli americani hanno chiamato ‘adventure demand’, cioè la ricerca dell’avventura, non solo negli sport, ma anche nelle normali attività quotidiane. Questa domanda è interpretabile come assenza nella società occidentale odierna di situazioni sociali estreme, di stati di pericolo che plachino nell’uomo la sua vocazione al rischio. E’ un momento di confusione in una società ambigua che spinge l’individuo a riconoscersi e a ad aggregarsi in organizzazioni , anche lesionistiche, ma che lo fanno sentire tra pari. Gli sport di squadra, però, stanno perdendo il loro appeal sui giovani, che sembrano preferire modelli individuali più competitivi. C’è da aggiungere un altro fattore che rende gli sport estremi molto affascinanti, al di là della naturale predisposizione a rischiare la vita di persone come De Gayardon; ossia il piacere di sensazioni forti per chi osa il no limits e il senso di ammirazione e timore che incute in chi lo osserva, che acuisce l’esaltazione dello sportivo".